Dare valore alle tradizioni e al turismo culturale.
Progetto di cooperazione universitaria in Cambogia
di Matilde Callari Galli
Sono molto grata agli organizzatori di questo Convegno per l’invito a parteciparvi: ho avuto modo di ascoltare relazioni e interventi di grande interesse scientifico, di riflettere su alcuni argomenti che avvicinano le nostre discipline soprattutto sul piano della ricerca e di godere di un’ospitalità, in questa splendida cornice veneziana, perfetta e premurosa.
Tenterò, inizialmente, di dimostrare la pertinenza di un’analisi culturale svolta con le caratteristiche proprie dell’antropologia culturale, applicata al turismo e al tempo stesso di allargare il discorso sino a rendere conto e, in un certo senso, a giustificare l’attenzione che da un certo numero di anni l’antropologia, in particolare, ma le scienze sociali tutte, dedicano a questo fenomeno.
Il turismo rappresenta, a livello pratico e teorico, il convivere di molti aspetti contraddittori propri della nostra contemporaneità: in un certo senso i caratteri più salienti della contemporaneità sono rispecchiati in alcune caratteristiche proprie del turismo contemporaneo. Vorrei, anche se molto brevemente, illustrare come nel turismo sia possibile trovare l’esemplificazione pratica della convivenza di contraddizioni che sono proprie di molti aspetti della nostra società, della nostra contemporaneità. Qualche rapido esempio di queste convivenze. Senza dubbio il turismo è un fenomeno estremamente aleatorio, perché apparentemente casuale e per la sua durata che sembra limitarsi ad invadere solo alcuni periodi dell’anno. Il quadro e il giudizio cambiano se si osserva l’andamento generale del fenomeno. Innanzi tutto, l’adesione al turismo di un gran numero di persone appartenenti ormai a tutte le aree del mondo. Mi sembra che i dati di qualche anno fa stimassero che 600 milioni persone avessero, in quell’anno, varcato un confine nazionale a scopi turistici. Se guardo tutto ciò da un punto di vista più strutturale allora il turismo è un’attività che, pur riguardando come elemento attivo solo alcuni gruppi sociali, appartiene a tutto il mondo in quanto élites di tutto il mondo vi partecipano; dura per tutta la vita in quanto viene praticato in forme diverse, anno dopo anno, dai medesimi individui e con una buona dose di sistematicità organizza i loro tempi di lavoro.
E ancora, il turismo avvicina gruppi diversi. Diversi culturalmente ma anche politicamente ed economicamente. Tuttavia, questa vicinanza è spesso più apparente che reale, superficiale, colma di ambiguità. Si può avere l’illusione, durante un soggiorno turistico di acquisire conoscenze della diversità, di intravedere vite diverse, prospettive sul mondo lontane dalle proprie. Ma, in realtà, nell’esperienza turistica ciò che domina è la contrapposizione tra le condizioni di vita di chi accoglie e di chi è accolto.
Ancora, con i suoi tempi e suoi spazi il turismo sottolinea la falsità della sua esperienza, ma al tempo stesso ricerca nevroticamente autenticità e genuinità.
E’ una esperienza individuale ma nello stesso tempo coinvolge, negli stessi spazi e negli stessi tempi, masse di individui ed anche i circuiti del turismo di élite molto spesso si avvicinano a quelli del turismo di massa, quando addirittura non vi si sovrappongono.
A questo punto vorrei dire individuare alcune delle ragioni delle esitazioni con cui l’antropologia si sia avvicinata ad uno studio sistematico del turismo, tardando a sceglierlo come suo campo di analisi più di altre discipline. Abbiamo una data precisa che segna l’inizio di questo interesse antropologico, la pubblicazione di un breve articolo di Nunez nel 1963, dedicato allo studio di un week-end trascorso da turisti statunitensi in una città messicana, quasi al confine con gli Stati Uniti (1) . E’ da quella data che si fa iniziare l’interesse sistematico, teorico e al tempo stesso metodologico, dell’antropologia per il fenomeno turistico. Vorrei, sia pure rapidamente, elencare alcune delle cause che a mio avviso possono spiegare questa lentezza dell’antropologia in confronto ad esempio a quanto è invece avvenuto sia negli studi sociologici, sia negli studi economici sul turismo. E questa, d’altra parte, può essere una delle cause per cui a livello istituzionale l’antropologia sia molto poco rappresentata nei corsi di studio italiani sul turismo, mentre da tempo sono presenti corsi di studio sul turismo nelle facoltà economiche.
Una delle prime esitazioni è dovuta al fatto che il turismo veniva giudicato un argomento “frivolo” e nella tradizione delle scienze sociali del XIX secolo vigeva, in generale, la norma di convogliare gli interessi scientifici su temi connessi, soprattutto, con l’attività lavorativa. E in effetti lo studio del gioco, e lo stesso studio dell’arte ha cominciato ad interessare le scienze sociali, sopratutto quando questi settori della vita sociale e culturale sono divenuti fonte di produzione di reddito; e, in fondo, oggi il turismo ha anche questa caratteristica. Prima dell’11 settembre, dell’esplosione del terrorismo e della lotta ad esso, prima della guerra all’Afghanistan e all’Iraq si stimava che nell’industria turistica ci fosse un incremento annuo del 7%: dato eccellente, specie se paragonato ad altri settori delle nostre economie in stasi da anni.
Un’altra ragione che può essere addotta per spiegare la mancanza di entusiasmo con cui sono stati affrontati gli studi sul turismo dagli antropologi è il peso che la ricerca sul campo – tradizionalmente intesa come un lungo periodo di immersione in una comunità “altra” – ha avuto nella disciplina.
Robert Redfield, negli anni ‘40 scrivendo “La piccola comunità”, considerata, alla metà del XX secolo, il compendio dei principi metodologici che dovevano guidare la ricerca sul campo di un antropologo (2) , prescriveva che la comunità prescelta fosse “piccola, isolata ed omogenea”. E il percorso pratico della ricerca doveva essere teso a ricostruire il modello della cultura proprio di quella comunità, con una raccolta di dati che descrivesse la vita di un individuo “tipo”, “dalla culla alla bara”. Oggi i cambiamenti del sistema delle comunicazioni, delle interconnessioni economiche e politiche hanno travolto queste realtà: non esistono più luoghi isolati. Tutto il mondo è percorso da flussi continui di immagini, di uomini, di donne, di beni che a livello reale o virtuale si incontrano e si scontrano. E per l’antropologo non è più possibile identificare e circoscrivere luoghi “altri da sé”; l’articolazione delle differenze culturali in mezzo secolo è completamente mutata. Non ci sono luoghi isolati in cui l’antropologo deve penetrare per identificare modelli rimasti immutati da secoli: la cultura che non è più identificabile con un gruppo umano, con una lingua, con un territorio. Il gruppo è mobile, i nomadismi percorrono tutti i continenti, il gruppo “altro” ha invaso il “noi” con le sue diaspore, con le sue migrazioni, con i suoi prodotti culturali. Siamo ancora diversi gli uni dagli altri, ma la diversità va colta nelle contaminazioni, nei metissages , non negli isolamenti. Ed allora il fenomeno del turismo è un aspetto, particolare e specifico, proprio delle modalità che assumono le contaminazioni nella contemporaneità. E come tale entra a pieno diritto nell’agenda delle ricerche antropologiche sulla contemporaneità.
Un’altra causa della diffidenza con cui molti ambienti accademici hanno a lungo guardato lo studio del turismo si deve far risalire all’alone di “sfruttatori” che circondava i molti turisti che con la loro presenza, avida di superficiali ed eccitanti esperienze, sconvolgevano i ritmi di vita, gli equilibri sociali ed ambientali dei paesi tradizionalmente oggetto dello studio antropologico.
Solo dopo che a partire dalla metà del XX secolo - dopo il clamoroso smacco sofferto da Melville Herskovits, presidente della “American Anthropological Association”, che si vide rifiutare la sua richiesta di inserire nella dichiarazione dei diritti umani uno “statement” in cui si chiedeva che venissero rispettate le culture in quanto tali - il relativismo culturale venne posto in discussione come schema totalizzante della riflessione antropologica. L’antropologia abbandona ogni pretesa di salvaguardare le culture, e soprattutto scopre l’ambiguità di ergersi a difesa di una conservazione culturale non più voluta e desiderata dalla maggior parte dei gruppi umani. Ed oggi il problema più impellente per l’antropologia è come trovare, nel suo studio e nei suoi suggerimenti di pratiche politiche, un equilibrio tra due tendenze opposte e conflittuali: il desiderio, “nostro” e “loro”, di conservare, preservare, ricordare, e l’ansia e la necessità di gestire, se posso usare questa orribile parola, il cambiamento.
Sia pure brevemente vorrei ora individuare i caratteri che, a mio parere, rendono oggi il turismo un campo privilegiato dello studio antropologico
Il fenomeno del turismo, divenuto una delle maggiori industrie della nostra contemporaneità, ha rivelato le sue implicazioni molteplici e differenziate che sempre più dimostrano legami profondi con gli apparati culturali nel contatto fra gruppi diversi per storia, tradizioni, lingue, stili di vita, visioni del mondo, accesso alle risorse economiche e ambientali. E sempre più appare profonda la relazione che lega le aspettative e le ripulse delle comunità coinvolte nel fenomeno turistico – quelle che visitano e quelle che accolgono - ai problemi centrali nella riflessione antropologica contemporanea. Innanzi tutto al concetto di cultura, con i suoi corollari di eredità e di autenticità culturale, profondamente mutato da una realtà in cui deteritorializzazione e localismo si susseguono e si alternano senza posa.
Il concetto di cultura è oggi un concetto estremamente compromesso, per usare una definizione di James Clifford (3) . Compromesso in quanto non abbiamo più quella coincidenza tra territorio-gruppo umano-lingua che permetteva agli antropologi di delimitare le loro ricerche e insieme di presentare come coerenti i loro apparati teorici e le loro interpretazioni. Diventa un concetto compromesso; anche per l’uso sconsiderato che negli ultimi anni se ne sta facendo.. Mentre gli antropologi sono stati per decenni sottoposti a critiche pesanti, anche ironiche, per la loro insistenza ad ancorare le loro ricerche ad un elemento così volatile quale è la cultura, a superare le difficoltà di individuarlo negli oggetti, nei manufatti, negli stili di vita, oggi assistiamo ad una vera inflazione del suo uso; tutto viene spiegato in termini culturali, crisi economiche, emigrazioni, guerre, conflitti. Per fare un esempio, nelle analisi di Samuel Huntington (4) , divenute drammaticamente così famose per spiegare gli attuali conflitti che sembrano lacerare interi continenti, spariscono le motivazioni economiche, le differenze nelle strutture sociali e politiche, le lotte di potere fra gruppi trasversali alle appartenenze nazionali. Le interpretazioni sono svolte tutte in chiave di incomunicabilità tra civiltà monolitiche, unitarie e irriducibili a terreni comuni d’intesa. Ritengo che questo stato di fatto richiami la nostra responsabilità e ci debba spingere a ristabilire, in termini scientifici, le caratteristiche del concetto di cultura che abbiamo individuato con decenni di ricerche e di riflessioni. In altre parole, ricorrendo ad un paradosso, mi sembra che sia preferibile usare il concetto di razza, ormai dimostrato uno schema scientificamente insostenibile, vuoto di realtà genetica e culturale, che non ricorrere a concetti labili e indefiniti quali etnia e cultura. Insomma intendo dire che mentre posso provare la falsità scientifica di una suddivisione della specie umana in razze, davanti a differenze sostenute in nome della cultura o dell’etnia non ho elementi per poter dimostrare la loro inaffidabilità.
Studiare il turismo può essere illuminante per alcuni aspetti della nostra società: se tento di rispondere alla domanda del perché c’è questo dilagare del turismo trovo risposte in chiave economica, in chiave di organizzazione del lavoro, di induzione al consumo da parte dei mezzi di comunicazione di massa. Ma se voglio cercare di sottrarre i turisti alla facile definizione di idioti o di replicanti, e voglio dare dignità e autonomia di giudizio alle persone con le quali svolgo la mia ricerca guardando al di sotto di facili etichettature, devo studiare anche i meccanismi attraverso i quali il turismo risponde alle esigenze simboliche della contemporaneità., partecipando allo stesso tempo alla costruzione e alla elaborazione del patrimonio culturale della contemporaneità.
Nel turismo che si rivolge verso le aree esotiche convergono molte tensioni irrisolte dalle “routine” in cui sono quotidianamente immersi i milioni e milioni di individui che partecipano oggi ai fenomeni turistici. Vivere nell’ozio delle spiagge o nel suo solo apparente contrario del mare come scoperta subacquea o come avventura velica, promette a tutti – sudamericani e giapponesi, italiani, indiani e mediorientali - di rompere ritmi temporali ripetitivi, promette di offrire spazi nuovi e aperti ad incontri imprevisti. Affrontare trekking e pareti di rocce non più solitarie, promette di far ritrovare una fisicità perduta nella sedentarietà del vivere quotidiano. Le città e i luoghi del lontano Oriente fanno intravedere le sorprese dell’esotismo, unito alle possibilità di indulgere in piaceri segretamente sognati e/o pericolosamente vissuti nelle metropoli occidentali. E’ come se i lati oscuri della modernità, i prezzi del benessere materiale e dei compromessi che la società dei consumi esige dai suoi membri trovassero una coltre e, a un tempo, una possibilità di oblio nell’avvicendarsi dei viaggi, delle vacanze, degli incontri.
Se poi mi rivolgo alle modalità con cui le società esotiche hanno gestito il turismo, per rapidità ma anche per amore dell’efficacia mi rifaccio ad una citazione - credo sia della fine degli anni ’60 - di Franz Fanon, il quale rivolgendosi alle èlites del Terzo Mondo le accusa di apprestarsi a trasformare loro città, le loro campagne, le loro spiagge in bordelli aperti ai piaceri dell’Occidente (5) .
Forse dovrei – per controbilanciare questa affermazione – aggiungere che negli ultimi tempi sono apparse sulla scena alcune gestioni del turismo fatte e rivendicate dalle comunità autoctone. Faccio riferimento ad una esperienza che riguarda l’Alaska, in cui, dopo un certo numero di anni durante i quali il turismo è stato organizzato da “joint ventures” internazionali – veri e propri movimenti finanziari e masse di denaro senza volto - la comunità locale ha preteso di organizzare in maniera completamente diversa il turismo: innanzitutto per mantenere nel tempo il richiamo che la “wild Alaska” esercita sui turisti di tutto il mondo si è “calmierato” il numero di turisti; ci si è poi impadroniti della gestione diretta delle diverse forme di turismo riuscendo a coinvolgere la comunità locale non solo nei lavori più umili e meno retribuiti ma anche in lavori vantaggiosi dal punto di vista economico e dal punto di vista professionale.
Il turismo, a causa dei potenti interessi economici che è in grado di convogliare sui suoi progetti, riesce anche a influenzare, e talvolta a determinare, la percezione che una comunità ha della sua eredità culturale. Indicare un tratto culturale, un oggetto, un monumento o un’idea come parte dell’eredità di un gruppo, attribuirli ad una determinata epoca, significa partecipare alla costruzione sociale del suo passato, significa illuminare un universo simbolico, oscurandone inevitabilmente altri. Una buona esemplificazione di questo processo ci è fornita dalle ricerche che John Allcock ha svolto in Macedonia e in Croazia (6) .
Nel primo caso la scelta di presentare ai turisti resti di alcuni edifici sacri attribuendoli alla fede e alla ritualità cristiana tacendo che per secoli erano divenuti luoghi di culto islamico ha un alto significato simbolico ed assume forti valenze identitarie e politiche. E’ infatti un’aperta rivendicazione dell’antichità e della continuità dell’eredità cristiana in una regione in cui esistono tensioni con i gruppi musulmani di origine albanese, è un’affermazione, indiretta ma molto esplicita, dell’estraneità, rispetto all’attuale identità della “nazione” macedone, dei “cinque secoli della notte turca”.
Nel secondo caso Allcock presenta la costruzione di un folklore nazionale croato, elaborato per fini turistici, ma che in realtà ha avuto l’obiettivo di dimostrare l’esistenza di una eredità culturale, antica e coerente, che attribuisca unità ad una regione storicamente attraversata per secoli da popoli diversi e dominata da stati che erano politicamente e culturalmente assai differenziati.
Tutti due i casi esaminati da Allcock sono strettamente collegati con lo sforzo delle autorità macedoni e croate di dare legittimità alle politiche dei nuovi stati che si sono costituiti dopo la fine della ex Jugoslavia. Non è molto rilevate che in un caso che si sia operato su un sito storico, e sull’altro su produzione di beni materiali ed immateriali, quali i prodotti artigianali, i motivi musicali, la letteratura orale, la ricostruzione di danze e di cerimonie. Quello che qui è rilevante notare è il ruolo privilegiato che l’organizzazione del turismo, forse la stessa struttura del turismo è in grado di svolgere in questi complessi processi. Da un lato, nella comunicazione turistica, processi ideologici quali la creazione di una determinata eredità storica o l’invenzione di radici identitarie comuni a gruppi oggi diversi sotto molti aspetti, trovano forme di espressione e di validità. La presentazione di un monumento, di un sito archeologico, di una celebrazione cerimoniale, di un prodotto artigianale, nelle parole delle guide, nelle descrizione dei tour operator assume il valore di verità storica.
Diviene nota, accettata, diffusa tanto tra i turisti quanto tra gli abitanti della località. Dall’altro lato, le espressioni usate per questa divulgazione si servono di una retorica ad alto valore divulgativo, ma che generalmente sfugge al vaglio e all’analisi critica delle fonti e quindi della realtà storica. Sulle nuove verità, sui nuovi valori simbolici che così assumono oggetti e luoghi, sulle nuove memorie rappresentate per i turisti, si articolano nuovi processi identitari, nuove appartenenze si rinnovano alleanze e affinità.
Adesso vorrei passare ad un altro punto che tra l’altro introduce il lavoro che insieme con Giovanni Giuriati, da un certo numero di anni stiamo conducendo in Cambogia. Prima, tuttavia, vorrei soffermarmi su uno dei termini che danno il titolo a questo seminario: Applied Ethnomusicology. Vorrei, introducendo una variazione, riflettere sull’Applied Anthropology ricordando che l’”applicazione” di teorie, di metodi, di risultati, di interpretazioni antropologiche alla realtà sociale è un argomento di grande e vivace discussione in campo antropologico. Anche lin questo caso ci troviamo di fronte ad un’espressione ampiamente compromessa. Mi sembra che già la relazione di Giannattasio abbia messo in luce gli aspetti epistemologici del problema. Ma esiste una antropologia per me, etnomusicologia per voi, che non sia in qualche modo applicata ? Che non abbia, cioè, riverberi sulla realtà, che dalla scienza non passi alla pratica ? L’Applied Anthropology ha una sua storia che ha fatto si che alla fine degli anni 60 Kathryn Gough definisse l’antropologia “figlia del colonialismo” (7) rafforzando quanto già Lévi-Strauss aveva denunciato parlando, appunto, della carica di commistione con il colonialismo che aveva segnato la nascita delle discipline antropologiche.
Per correttezza di storia della disciplina, va ricordato che sin dagli anni 50, Sol Tax, volle cambiare il termine “applied,” e coniò il termine di “action anthropology“ per indicare un’antropologia che nel contatto culturale si dedicava a stimolare l’azione. Meglio forse dire che si sforzava di attivare, di richiamare al cambiamento le culture e i gruppi che incontrava e studiava. Così l’ “action antropologist”, diventa qualcuno che ha il compito di individuare le risorse, istituzionali e informali e spontanee, dei gruppi con cui lavora. La sua action, il suo compito diviene quello di “facilitatore” dello sviluppo delle risorse presenti nelle comunità. E forse a questo proposito va ricordato che molti sono gli antropologi che non sono più solamente occidentali: se all’inizio l’antropologo era un individuo bianco, per lo più di sesso maschile, proveniente per lo più dai paesi europei e del nord America, oggi abbiamo colleghi che studiano antropologia nei dipartimenti delle loro università, senza neanche aver bisogno di fare il viaggio iniziatico ad Oxford o in qualche altro prestigioso dipartimento dei paesi del Nord del mondo.
Per fare riferimento a quanto abbiamo ascoltato e visto nei giorni precedenti, che molte relazioni - penso in particolare a quella di Trevor Wiggins, e a quella di Serena Facci,- possono essere considerate come tentativi di attuare lo sviluppo di risorse interne ai luoghi dove lavorano. Così l’analisi di Serena può essere letta come una possibilità di aprire la sensibilità degli studenti a modalità espressive altre e la critica che lei ha fatto in modo preciso e puntuale ai manuali mi è sembrata una critica implicita all’”applied anthropology” e una valutazione dell’”action anthropology”. Una piccola annotazione alla discussione di ieri riguardo all’educazione musicale, così poco educativa come si evince dall’esame dei manuali. A mio avviso questa considerazione critica non si applica solo al campo musicale, perché se guardiamo come i nostri studenti si avvicinano alla letteratura, per prendere un altro campo, ma anche all’immagine, alla pittura, per non parlare di tutta l’arte contemporanea, rileviamo la stessa situazione di grande carenza di strumenti conoscitivi e emotivi. L’”analfabetismo musicale” almeno è compensato dal fatto che la musica oggi è molto diffusa, mentre il leggere oggi non è diffuso affatto. Il che pone non pochi problemi a tutta la scuola italiana.
Un modo di valutare il lavoro svolto dagli antropologi, potrebbe essere quello di considerare le pratiche di sviluppo attuate ormai in tutti i continenti. Il termine di sviluppo è un altro termine ampiamente criticato e forse più “compromesso “ dello stesso termine di cultura. Lo uso comunque qui, per brevità, dando per scontato che tutti noi siamo consapevoli delle critiche che sono state a buon diritto rivolte ad ogni idea di sviluppo unilineare, colmo di elementi etnocentrici, teso ad imporre un unico modello di vita, generalmente coincidente con il modello di vita occidentale. Le pratiche di sviluppo, invece di queste imposizioni che nascondono predomini economici e politici, potrebbero essere finalizzate ad una ricomposizione del passato del gruppo con cui si lavora. Tra gli interventi dei giorni precedenti ho trovato un esempio di una ricomposizione attiva del passato nella relazione presentata da Agamennone che ci ha illustrato alcune modalità con cui l’Etnomusicologia può contribuire ad una ricomposizione di un passato. Ciò che mi è sembrato estremamente interessante nella presentazione del suo lavoro è la tensione verso una conservazione del passato non scevra di elementi di critica su questo passato e sulle possibilità che abbiamo di ricomporlo e al tempo stesso il tentativo di spingere la comunità verso una rielaborazione di elementi del passato in chiave di contemporaneità: e questa rielaborazione, nella ricerca presentataci, si è concretizzata nei saggi dei giovani musicisti, colmi di echi del passato ma anche di molta conoscenza della musica contemporanea.
In un certo senso da questa esperienza possiamo trarre motivo di speranza per dare una risposta ad una domanda abbastanza angosciosa posta da Giannattasio alla fine della sua relazione, quando si domandava se siamo in grado di facilitare la dialettica tra le diversità oppure siamo unicamente strumento di un consumo vorace, distruttore di ogni diversità: e noi non possiamo fare altro che essere parte di questa distruzione.
Forse è possibile leggere anche l’esperienza che dal 1995 ho svolto con Giovanni Giuriati in Cambogia in termini di ricomposizione del passato.
In Cambogia abbiamo lavorato ad una serie di progetti che hanno coinvolto docenti, studenti, artisti, ma anche personalità del mondo politico e del mondo economico; e abbiamo lavorato con istituzioni cambogiane ma anche con organismi di volontariato internazionale appartenenti al mondo occidentale. Dopo la riorganizzazione di tre dipartimenti della Royal University of Phnom Penh – il dipartimento di Sociologia, quello di Filosofia e quello di Storia – abbiamo lavorato ad un progetto di sviluppo nel campo degli studi universitari sul turismo, culminato con un programma di Master in turismo culturale e nella fondazione di un dipartimento di studi turistici nella Royal University of Phnom Pehn.
Lavorando con gli studenti cambogiani abbiamo potuto constatare come le vicende dolorose che dal 1970 al 1992 hanno trasformato la Cambogia in un campo di battaglia, di lotte civili, di genocidi e massacri abbiano completamente cancellato la memoria storica del loro paese. Il passato più lontano, quello del grande impero dei primi decenni del primo millennio, quello dei grandi monumenti di Angkor, sembra essere accaduto ieri, mentre il passato più recente - il colonialismo, la dominazione dei Khmer Rossi, le esitazioni di Sihanouk – sembrano perdersi nella notte dei tempi. E tutto assume nei nostri studenti contorni vaghi e indefiniti su cui è il nostro sapere – nostro in quanto occidentale – che introduce il suo ordine, le sue categorie, le sue cronologie, le sue gerarchie. E questa obliterazione non riguarda solo gli eventi storici ma entra nella ricostruzione delle tradizioni musicali, letterarie, religiose. Durante un’osservazione partecipante fatta fare ai nostri studenti su un evento di turismo interno clamoroso, il Festival delle Acque, abbiamo scoperto che nonostante che tutti loro vi avessero partecipato negli anni precedenti, lo avessero visto decine di volte trasmesso nella loro televisione, ignoravano completamente la sua storia, i suoi legami con la mitologia e la religione del loro paese.
Il “Festival delle acque” richiama a Phnom Penh decine di migliaia di turisti indigeni che vengono da tutte le province e le campagne cambogiane, non è un festival per occidentali. I nostri studenti, che avevano tutti un “Bachelor degree “in materie umanistiche – archeologia, sociologia o turismo - ignoravano completamente il suo significato, il significato delle gare svolte per più giorni dalle imbarcazioni all’incrocio dei quattro rami dei fiumi di Phnom Penh , ignoravano il valore sacrale delle singole imbarcazioni conservate per tutto l’anno nelle pagode delle singole comunità. E tutto questo corpo di conoscenze è stato ricostruito e proposto a loro da noi.
Mi sembra che questo esempio cambogiano abbia trovato conferma in un’altra esperienza presentata nel nostro Convegno. Mi riferisco alla testimonianza raccolta nel video di Laurent Aubert che abbiamo visto ieri, in cui il più anziano dei suonatori afgani parla della cancellazione della sua cultura, non solo di quella musicale, compiuta dai lunghi anni di guerre cui l’Afghanistan è stato sottoposto. E allora le situazioni in cui siamo divenuti noi occidentali i depositari del passato degli “altri”, quelli che hanno i mezzi, economici e culturali, per poterlo ricostruire, sono assai più comuni che non il solo caso della Cambogia.
Cercherò ora di dare sinteticamente alcuni punti del lavoro che abbiamo svolto, e ancora stiamo svolgendo, in Cambogia. La scelta della Cambogia soprattutto per me, meno per Giovanni che alla Cambogia si è interessato prima di me, è stata alquanto casuale: una visita del rettore dell’Università cambogiana in cerca di aiuto nelle università italiane, ha trovato l’appoggio dell’Università di Bologna che mi ha delegato a curare i rapporti con il sud-est asiatico. Dal 1994 abbiamo così lavorato, in collaborazione con una ONG dell’Istituto Pontificio per le Missioni Estere, New Humanity, attiva dal 1990 in Cambogia, alla riorganizzazione dei tre dipartimenti di cui ho parlato prima. E il lavoro è consistito in corsi di aggiornamento per docenti, cicli di lezioni per studenti, elaborazioni di curricula più consoni agli standard universitari internazionali, proposte di prove di valutazioni. Questo lavoro è terminato nel 2000 con risultati che, considerati i livelli di partenza, possono essere ritenuti sufficienti, anche se non sembra che i tre dipartimenti possano proseguire a mantenere gli standard raggiunti senza l’aiuto esterno.
Su questa esperienza dal 1997 l’Università di Bologna ha iniziato la sua collaborazione diretta con la Royal University of Phnom Penh per la riorganizzazione degli studi turistici e in questa iniziativa, richiesta dalle autorità accademiche cambogiane, ha coinvolto esperti provenienti da altre Università europee ed australiane. E nel 2000, con l’University of Technology di Sydney, ha iniziato lo svolgimento di un programma di Master in “Sviluppo turistico” che terminerà nel settembre del 2003 (8). Al Master sono stati ammessi inizialmente 25 studenti dotati di “Bachelor degree”, scelti sulla base dei curricula e di un colloquio al quale hanno partecipato 60 aspiranti. Il modello didattico, misto a percorsi di ricerca, era stato messo a punto da un lavoro preparatorio svolto negli anni precedenti con un gruppo di studenti e di docenti cambogiani, europei e australiani; esso ha previsto lezioni teorico-metodologiche, seminari di ricerca, stage pratici, svolti, in corsi intensivi da docenti cambogiani per l’area storico-archeologica, da docenti dell’Università di Bologna per l’area metodologica e antropologica, da docenti dell’University of Technology di Sydney per l’area economica e gestionale.
Dopo tre semestri 23 studenti hanno ricevuto un “Certificato di primo livello” e 17 studenti sono stati ammessi ai corsi per la ricerca sul campo e la stesura della tesi di Master. Il loro lavoro è in pieno svolgimento e la conclusione del programma è prevista per settembre 2003.
I fondi per queste iniziative sono stati forniti da enti diversi: per quanto riguarda le spese di impianto e di supporto didattico, le retribuzioni per i docenti cambogiani, le borse di studio per gli studenti cambogiani, sia nel primo programma di riorganizzazione dei dipartimenti che nel secondo sul turismo è intervenuta la Conferenza Episcopale Italiana. Per quanto riguarda le spese di viaggio e di soggiorno per i docenti italiani sono intervenuti l’Università di Bologna e la Fondazione delle Casse di Risparmio di Bologna. Il lavoro di tutti i docenti e ricercatori italiani intervenuti nei due progetti è volontario; le spese per i docenti delle altre nazioni europee sono state sostenute dalle Università di appartenenza.
Molti i risultati che è possibile estrarre da questa esperienza, e sono risultati di carattere scientifico, didattico e personale.
Sul piano didattico i risultati più salienti sono stati l’innesto della ricerca in tutti gli aspetti del programma di Master, la cooperazione intensa e proficua con docenti provenienti da tradizioni disciplinari e culturali diverse, l’alternanza di relazioni tra docenti e studenti tradizionali con relazioni basate su mezzi elettronici operanti a distanza.
Sul piano scientifico molti gli elementi che evidenziano la complessità del rapporto tra i diversi processi di globalizzazione, la persistenza di localismi esasperati, la loro rapida trasformazione in movimenti a carattere nazionalistico, talvolta colorato di fondamentalismo. E sottile è la linea divisoria tra la tentazione di cadere in cosmopolitismi superficiali e/o in chiusure etniche e regionali. Ed invece le ricerche svolte dai nostri studenti dimostrano la necessità di sviluppare le potenzialità delle comunità locali, di rendere attuali le tradizioni dimenticate, non solo quelle del folklore ma anche quelle della grande tradizione della musica e della danza classica cambogiana, senza tuttavia perdere di vista i cambiamenti vertiginosi che dalle città si spargono nelle campagne.
Il turismo può svolgere un’opera devastante travolgendo con il suo movimento di beni e di uomini strutture sociali già provate da tanti avvenimenti drammatici e luttuosi; tuttavia può anche essere una possibilità di riorganizzazione, intorno a nuove attività e nuove fonti di benessere, delle comunità locali. Così come le comunità locali possono apprendere come gestire gli incontri turistici, vedendo in essi non solo occasioni di guadagni ma anche di conoscenza delle diversità e di nuovi piani di un’ospitalità gentile che nel passato ammaliava i viaggiatori che dall’Europa o dall’Asia giungevano in Cambogia.
Il turismo, soprattutto quello che potenzi la ricchezza culturale di un paese, può spingere alla restaurazione di antichi monumenti, alla individuazione di nuovi luoghi da offrire ad un turismo rispettoso degli ambienti ancora non “cementificati”, può stabilire un legame positivo con la riedizione di cicli di rappresentazioni, può far rivivere in Cambogia sia le feste organizzate, secondo la celebre distinzione introdotta da Bachtin, dal potere – cioè dalla corte reale, dal re divino cambogiano – sia le feste popolari, spontanee.
Ma su questi temi meglio di me può parlare Giovanni Giuriati che ha dedicato proprio a questi aspetti la sua attività di ricerca in Cambogia, introducendola all’interno dei nostri corsi e innovando il rapporto tra didattica e ricerca.
