Considerazioni introduttive

Considerazioni introduttive
di Giovanni Giuriati

Varie motivazioni ci hanno spinto ad organizzare quest’anno l’XI Seminario internazionale di etnomusicologia dedicandolo alle possibili convergenze tra etnomusicologia e studi di popular music. Ci appare infatti evidente che i campi dello studio di queste due discipline stiano sempre più convergendo, pur naturalmente mantenendo una loro autonomia.

C’è innanzitutto un piano istituzionale: l’etnomusicologia ha consolidato le sue posizioni nell’Università italiana con una presenza di docenti in oltre una decina di atenei e di tantissimi insegnamenti a contratto. Pur se manca ancora una presenza di un docente di ruolo, oggi anche gli studi di popular music stanno consolidando una loro presenza nei curricula accademici di molte Università in Italia. E, per esperienza personale, so bene che l’interesse verso questa disciplina sta esponenzialmente aumentando tra gli studenti. Dato che, in molte situazioni rese necessarie dalle contingenze, sono proprio gli etnomusicologi a supplire alla carenza di insegnamenti specifici in questo campo, seguendo tesi di laurea in ambito rock, pop, canzone d’autore, jingles, etc..

Anche nei convegni di etnomusicologia, soprattutto attraverso temi legati alla world music, si discute molto di questioni che si intrecciano strettamente a quelle dibattute nel campo degli studi sulla popular music, e la presenza degli etnomusicologi diventa ogni anno sempre più consistente anche nei convegni della IASPM.

Dunque, sul piano istituzionale, stiamo assistendo allo sviluppo di un rapporto che non innesca particolari competizioni o gelosie di campo e che, al contrario, sembra nutrirsi sempre più di collaborazioni reciproche.

Ma il piano istituzionale è una conseguenza di processi culturali precedenti che sono in atto da tempo. La convergenza è nei fatti: da un lato l’oggetto di studio dell’etnomusicologia si va sempre più spostando e ampliando, comprendendo non più e non solo le musiche “primitive” e il folklore musicale “puro” e isolato, se mai c’è stato, ma anche tutte quelle forme e generi musicali “contaminati” che oggi appaiono con sempre maggiore evidenza all’attenzione di chi intenda occuparsi di musiche cosiddette “tradizionali”. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli: posso qui ricordare, dato che si tratta di un esempio “in casa”, il concerto di musiche tradizionali della Campania svoltosi in occasione del Seminario Europeo di Etnomusicologia (ESEM) organizzato qui alla Fondazione Cini lo scorso settembre nel quale, a fianco di una paranza vesuviana (la paranza d’Ognundo) che manteneva – pur se sulla scena di un concerto - i caratteri di estemporaneità e di oralità propri del folklore musicale di quella regione, figurava un complesso di musicisti montemaranesi che presentavano la loro tarantella di Carnevale assieme ad altri canti “popolareschi” in forme oramai pienamente spettacolarizzate, con uso di amplificazione e mixer, e una forte consapevolezza di stare rappresentando qualcosa a beneficio di un pubblico, in un contesto oramai molto distante da quello del rito processionale carnevalesco nell’ambito del quale si svolge ancor oggi la tarantella suonata e danzata. Si tratta di un piccolo esempio emblematico delle trasformazioni, anche molto rapide, con le quali chi si occupa di musiche di tradizione orale si trova a confrontarsi ogni giorno e che conducono inevitabilmente ad una sovrapposizione di temi di ricerca con il campo di interesse degli studi di popular music.

Dunque, l’etnomusicologia assume ormai come proprio lo studio delle musiche contemporanee nelle quali sempre più evidente è la presenza di aspetti legati al mercato, alla diffusione attraverso i mass media, all’uso di strumenti e modalità esecutive fortemente condizionati dalla cultura euro-americana. Così come l’aspetto della spettacolarizzazione (e quindi della fruizione di mercato anche attraverso suoni riprodotti) diventa sempre più rilevante in rapporto alle tradizionali funzioni che l’etnomusicologia ha indagato (canti di lavoro, funzioni rituali e cerimoniali, …).

D’altro canto, mi sembra che gli studi di popular music si trovino a ampliare sempre più il loro orizzonte venendo a contatto anche con musiche a loro volta fortemente “contaminate” (basti pensare alla world music, punto di convergenza privilegiato delle due discipline) nelle quali irrompe l’alterità geografica e culturale e nelle quali l’oralità riveste un ruolo preponderante. L’ambito della popular music risente sempre di più dello sviluppo di un mercato musicale globale nel quale gli stili più disparati si confrontano e si fondono, dalle musiche caraibiche al pop africano, dal folk-rock ai più vario ritmi latino-americani.

Si può pertanto rilevare come vi sia, oggettivamente, una sempre maggiore intersezione tra le musiche oggetto di studio delle nostre due discipline. E, en passant, anche se non rientra nel tema del nostro Seminario, un discorso analogo si potrebbe fare per molta musica colta contemporanea nella quale l’irruzione dell’oralità, dell’improvvisazione e dell “altro” e dell’ “altrove” è sempre più dirompente.

Ma, oltre che nell’oggetto di studio, un altro piano importante dove si verifica una convergenza, e credo che anche questo seminario sia un banco di prova a questo proposito, può essere quello delle metodologie di ricerca. Anche qui si possono individuare, pur se molto sommariamente, alcune tendenze in atto e possibili convergenze. Ad esempio, credo che gli studi di popular music possano utilmente avvalersi delle metodologie di ricerca sul campo che l’etnomusicologia ha derivato dall’antropologia facendoli divenire parte fondamentale del proprio protocollo di indagine in ogni “terreno”. Ma anche di quei procedimenti analitico-musicali che l’etnomusicologia ha elaborato in oramai più di un secolo di storia per lo studio di tradizioni la cui trasmissione è essenzialmente orale (come è il caso della stragrande maggioranza delle popular music). Dalla trascrizione sinottica di Brailoiu, fino ai più recenti metodi di analisi spettrale del timbro. Posso ricordare a questo proposito di nuovo un intervento al Seminario europeo di Etnomusicologia a Gablitz nel 2003 in cui Ruth Katz and Dalia Cohen affermavano in un loro intervento come fosse necessario studiare la world music nelle sue peculiari strutture musicali, dimostrando come, in un canto “popular” israeliano di world music fosse possibile, attraverso un’analisi musicologica basata su trascrizione e analisi formale, ricostruire filiazioni e attribuzioni stilistiche che rendessero conto anche del perché di un successo commerciale.

Ma proprio noi etnomusicologi siamo ben consapevoli di quanto, alle volte, la mera analisi musicologica non sia sufficiente per rendere conto di questioni che riguardano i significati di un determinato brano, i processi di risignificazione, di mercificazione, il rapporto con i mezzi di produzione e diffusione della attuale società complessa “globalizzata”, le distinzioni ed sovrapposizioni di generi musicali determinati da processi di contaminazione e di diffusione attraverso il mercato della musica riprodotta. Proprio in questo campo che concerne i processi di interazione e produzione con i mezzi di comunicazione di massa gli etnomusicologi possono certo imparare da chi, come gli studiosi della popular music, affrontano questi temi da tempo.

C’è poi un’ultima questione che vorrei brevemente ricordare in queste mie note introduttive. Si tratta di una questione che ci riguarda tutti e che sembra emergere anche in alcuni titoli degli interventi di questo Seminario. Mi riferisco al fatto che, in fondo, la musicologia sia una e che le divisioni tra musicologia eurocolta, studi di popular music e di etnomusicologia vadano ripensate alla luce di un quadro musicale contemporaneo nel quale tali divisioni sembrano avere sempre meno ragion d’essere e dove risuonano sempre più profetiche le parole di Charles Seeger quando faceva riferimento, nel suo Towards an unitary field for musicology (1), alla necessità di sviluppare una musicologia unitaria sena divisioni e barriere disciplinari al suo interno. L’auspicio è che questo Seminario possa contribuire a farci avanzare verso questa prospettiva.