Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Mischa Scandella

 

Chi siamo
Il Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Mischa Scandella (1921-2021) presieduto da Maria Ida Biggi (Fondazione Giorgio Cini, Università Ca’ Foscari di Venezia) è composto da Nicola Bruschi (Accademia di Belle Arti di Venezia), Lorenzo Cutuli (Accademia di Belle Arti di Venezia), Andrea Erri (Fondazione Teatro La Fenice), Marianna Zannoni (Fondazione Giorgio Cini).

 

Biografia di Mischa Scandella
Lo scenografo e costumista veneziano, di cui la Fondazione ha recentemente acquisito l’archivio personale per volere del figlio, è stato una delle figure cardine della scena teatrale italiana del secondo dopoguerra. Mario Scandella, detto Mischa dai tempi dell’esperienza partigiana (Venezia, 5 dicembre 1921 – Roma, 31 marzo 1983), è infatti un artista di grande interesse per la scena teatrale del suo tempo, e la sua è un’esperienza molto importante per la storia del teatro veneziano e nazionale. Si forma presso la Scuola d’Arte dei Carmini di Venezia; durante la guerra abbandona la pratica artistica e viene impiegato in fureria con la qualifica di caporale. Il rapporto stretto con Aldo Calvo e Emilio Vedova lo indirizza verso la scenografia teatrale. Nel 1945, insieme allo stesso Vedova e a Giovanni Poli, Arnaldo Momo, Armando Pizzinato, Luigi Ferrante, Ferruccio Bortoluzzi e un gruppo di intellettuali, fonda l’associazione culturale “L’Arco”, che mira a coinvolgere tutte le forme d’arte e dello spettacolo dal vivo. “L’Arco” diviene un punto di riferimento nell’ambito della sperimentazione artistica multidisciplinare d’avanguardia: in un secondo dopoguerra in cui il fervore culturale è all’apice del suo sviluppo, rappresenta infatti un terreno di confronto permanente.
Scandella inizia quindi la sua carriera di scenografo nei teatri di base studentesca, come quelli di Venezia e Padova; in questi contesti entra in contatto con i futuri, assidui collaboratori Giovanni Poli e Gianfranco de Bosio. L’esordio nel teatro di Mischa Scandella avviene dunque su territorio veneto, ma ben presto l’artista si afferma con il suo lavoro a livello nazionale: è consacrato scenografo grazie al lavoro fatto per Il Feudatario di Goldoni, con la regia di Arnaldo Momo, presentato al IX Festival Internazionale del Teatro di Prosa della Biennale di Venezia. Da questo momento in poi opera con i maggiori registi dell’epoca; tra questi Cesco Baseggio, Anton Giulio Bragaglia, Orazio Costa, Gianfranco de Bosio, Alessandro Fersen, Vittorio Gassman, Arnaldo Momo, Nico Pepe, Giovanni Poli, Guido Salvini, Peter Scharoff, Giorgio Strehler. Nel corso della sua carriera si dedica alle opere di autori veneti quali Ruzante, Calmo, Goldoni e Gozzi, e si confronta successivamente con un repertorio strettamente contemporaneo trattando, tra gli altri, testi di Anouilh, Brecht, Dessì, Majakovskij, Moravia, Sartre, Strindberg.
Il lavoro di Mischa Scandella, “scenografo modernissimo ma duttile a ogni esigenza teatrale”, riesce a instaurare un serrato dialogo con la scena del suo tempo e con le avanguardie attive sul territorio nazionale, prendendo le mosse dalla tradizione veneta e veneziana. Le sue scenografie spaziano tra ambienti immaginari di differente ambito e provenienza: dai contesti più spogli delle Sacre Rappresentazioni fino alle prospettive rinascimentali, dalle scene di ispirazione seicentesca fino alle sperimentazioni più vicine al contemporaneo. Costante, nell’opera di Scandella, è il bisogno di spazio, di un più largo aprirsi del boccascena, trovando la definizione più esatta di questa esigenza in un verticalismo che evita la monumentalità con sapiente dosaggio dei rapporti fra parti dipinte e parti costruite della scena e, ovviamente, con un uso del colore ancora più accorto e raffinato.
All’inizio degli anni Cinquanta, sulle pagine di «Teatro Scenario», Scandella afferma che “lo scenografo non può nascere nel chiuso di uno studio, ma solo sulle tavole del palcoscenico, a stretto contatto con i registi, gli attori e i macchinisti che devono realizzare con le tele e le cantinelle i suoi bozzetti”.
Tra le collaborazioni più significative che lo hanno visto coinvolto nell’arco della sua carriera, si citano in particolare quelle con Giovanni Poli e Gianfranco de Bosio, con cui Scandella intrattiene rapporti personali e sodalizi artistici di lunga durata. Con loro, lo scenografo veneziano realizza alcune delle sue scenografie più rappresentative, che hanno reso nota la sua arte in Italia e anche all’estero, dando un respiro internazionale alle sue opere.
Con Giovanni Poli, in seguito all’esperienza dell’associazione “L’Arco”, mette in scena nel 1946 Antigone di Jean Anouilh al Teatro La Fenice. Lo spettacolo ha una ricezione controversa, ma segna la nascita della collaborazione tra i due. In questa fase, proseguendo il lavoro sulla drammaturgia contemporanea, Poli e Scandella portano in scena A porte chiuse di Jean-Paul Sartre e Felice viaggio di Thornton Wilder (1948). Con La passione di San Lorenzo di David Maria Turoldo, rappresentato a San Miniato nel 1960, i due si confrontano con le Sacre Rappresentazioni; la scenografia di Scandella sfrutta lo sfondo naturale della basilica di San Miniato, mentre la regia di Poli va verso quello che Fiocco definisce un «espressionismo estetizzante». Nel 1962, Poli e Scandella si dedicano all’opera lirica con L’amore delle tre melarance di Sergej Prokof’ev, riscuotendo un grande successo. L’anno successivo presentano Piovana di Ruzante al Teatro La Fenice, nell’ambito del XXII Festival Internazionale del Teatro di Prosa della Biennale di Venezia. Nel 1964, per il Teatro-Studio di Palazzo Durini di Milano diretto da Giovanni Poli, Scandella cura le scenografie de La commedia degli Zanni. Lo spettacolo è già cavallo di battaglia del teatro di Poli, che, con la Compagnia del Teatro Ca’ Foscari, lo porta in scena con grande successo dal 1958 in Italia e nel mondo, attraverso tournée che spaziano dal Canada a Parigi, dove vince un importante premio. Nel 1965 Poli e Scandella allestiscono Gli Astrologi, una messinscena tratta da L’Astrologo di Della Porta, e La commedia della Guerra, da diversi testi goldoniani. Dello stesso anno è La cimice di Vladimir Majakovskij, che Poli aveva già diretto nel 1961 al Teatro di Ca’ Foscari; per il Teatro-Studio di Palazzo Durini, di cui è direttore, affida la regia al croato Bogdan Jerković e le scene alle sapienti mani di Mischa Scandella. Il 1968 è l’anno del Mefistofele di Arrigo Boito; parlando del lavoro congiunto sull’opera, Poli afferma che “allo scenografo Mischa Scandella e a me, è sembrato opportuno rivederne l’impostazione […]: Mefistofele, spogliato di ogni elemento visivo di facile effetto e di ogni sovrastruttura scenica intesa unicamente a colpire la fantasia dello spettatore, riportato allo scarno e nudo apparato scenico medievale, dovrebbe risultare sotto una nuova luce”. Nello stesso anno curano La sposa sorteggiata di Ferruccio Busoni per il Teatro Comunale di Trieste, e allestiscono insieme Socrate immaginario, commedia di Ferdinando Galiani musicata da Paisiello, interpretata da Nino Taranto per il Teatro Stabile de L’Aquila; entrambi gli spettacoli sono accolti con grande entusiasmo da pubblico e critica. Ancora a Trieste, l’anno successivo, collaborano alla messa in scena de La storia di Bertoldo, novità di Fulvio Tomizza, dal libretto seicentesco di Giulio Cesare Croce.
La collaborazione tra Mischa Scandella e Gianfranco de Bosio nasce, così come quella con Poli, agli esordi della carriera dello scenografo veneziano. Nel 1946 il regista, che ai tempi dirigeva il Teatro Universitario di Padova, lo scrittura per l’allestimento di Le Coefore di Eschilo, per il quale i critici accusano Scandella di eccessiva stilizzazione. L’esperienza gli sarà comunque utile: per le scene dello spettacolo successivo, Il pellicano di Strindberg, riceve molti elogi che riguardano soprattutto la vivacità cromatica e la visione ambientale complessiva. Del 1950 è Moscheta di Ruzante, uno degli autori più esplorati dal duo Scandella-de Bosio a inizio carriera. La scenografia della commedia viene elogiata su più fronti, e quel caratteristico angolo di una Padova cinquecentesca ricostruito sul palcoscenico è al centro di molte recensioni del tempo; lo spettacolo sarà riallestito diverse volte nei dieci anni successivi. Nel 1952, con un passo indietro rispetto alla trilogia di Eschilo, de Bosio e Scandella portano in scena Agamennone presso il Teatro dell’Università di Padova: uno spettacolo di enorme successo del quale si elogiano molto sia i costumi, sia la “geniale” costruzione ambientale a opera di Scandella, che, giocata sui toni del bianco e del grigio, riproduce la plasticità scultorea di una Grecia pre-ellenica. Nel 1953 va in scena L’albergo dei poveri di Gorkij, uno degli spettacoli più rappresentativi della collaborazione tra i due; Scandella ne cura anche i costumi e porta in scena un’ambientazione “ispiratissima e veramente di classe”, così descritta da Gastone Geron: “Molto ha giovato alla felicità ambientale dell’opera la scenografia di Mischa Scandella. Una scenografia che nella produzione ormai vasta di questo attento, intelligente artista veneziano segna tappa singolare. Finora il suo estro pareva tutto rivolto con rara felicità tonale alle invenzioni fiabesche della commedia dell’arte, dell’aggraziata ricreazione di costume, o all’ossessivo satanico di certo spirito marlowiano, setacciato dalle esperienze di un Brueghel, con qualche apertura episodica verso un classicismo esteriorizzante, ancorché ricco di una pennellata efficacissima. L’esperienza realistica, a quanto ci è dato ricordare, non lo ha mai impegnato soverchiamente, per una sua connaturale tendenza ad evadere dal cerchio chiuso delle soluzioni simboliche o pretestuali. Qui invece Scandella ha affrontato in pieno il problema naturalistico e l’ha tradotto in un bozzetto – realizzato felicemente da Mario Ronchese – che ha colto l’essenza dell’atmosfera gorkijana, in una sapiente soluzione prospettica che ha persino creato l’illusione d’un palcoscenico moltiplicato”. Dello stesso anno è Un uomo è un uomo di Brecht, di cui Scandella cura le scene e i costumi raccogliendo le suggestioni di questa parabola epica “con libertà d’artista fantasioso”; la scenografia, ingegnosa e di grande effetto, agevola i numerosi cambi di scena senza intoppi. Nel 1954 de Bosio e Scandella portano in scena Buio a mezzogiorno di Kingsley, dramma fortemente politicizzato che divide le opinioni di pubblico e critica; Scandella disegna una scenografia kafkiana, che riproduce una prigione senza sbarre profonda come un pozzo, con passaggi sospesi a più livelli e cupi giochi di luce che contribuiscono a rendere l’atmosfera opprimente e angosciosa del testo. Del 1956 è I capricci di Marianna di A. de Musset, per cui Scandella crea un’ingegnosa scena fatta di un succedersi di quinte e fondali, i quali, con l’ausilio di giochi di luce e garze trasparenti, permettono ai nove quadri della commedia di susseguirsi senza soluzione di continuità. Il 1959 è l’anno del dramma satirico Angelica di L. Ferrero, che va in scena al Teatro Verde di Venezia, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, nell’ambito del XVIII Festival Internazionale del Teatro di Prosa della Biennale; lo spettacolo riceve il plauso di pubblico e critica, e le scenografie di Mischa Scandella, che supporta de Bosio nel ricreare l’atmosfera di questo “paese delle maschere”, sono elogiate su più fronti e definite “fantasiose”, “riuscitissime”, “barocche e maccheroniche”. Sulla «Gazzetta del Popolo» se ne parla in questi termini: “L’Italia era chiara sul grande palcoscenico del Teatro Verde, nella bella e ariosa scenografia di Mischa Scandella, in quel cielo cangiante che sembrava lo stesso cielo di Venezia in questi giorni, in quelle cupole rosse così romane con gli angeli svettanti, nell’obelisco lontano, e nelle maschere rappresentate sulla facciata della casa di Angelica”. Del 1961 è La resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht, che ottiene un grande successo di pubblico e critica. Alla “ricca e armoniosa concertazione dell’insieme” contribuisce la bella scenografia di Mischa Scandella, “suggestiva e geniale”, fatta di un fondale fisso su cui si installano numerosi elementi mobili. La scena viene elogiata per la sua ricchezza dei particolari e per la caratterizzazione netta che, insieme ai costumi, riesce a dare alla messa in scena. Nello stesso anno i due tornano al teatro veneziano per portare in scena La cameriera brillante di Goldoni, in occasione del XX Festival Internazionale del Teatro di Prosa della Biennale. Il successo è vasto, e “il pubblico, ammirato anche dalla festosa scenografia di Mischa Scandella, ha riso dal principio alla fine della commedia, ripagando del suo spasso il regista e gli interpreti con molte chiamate al proscenio e con applausi prodigati sempre più calorosamente”. Le scene di Scandella sono “leggerissime e sobrie”, i costumi “raffinati”, e da più parti piovono elogi sulla sua eleganza creativa e la sua capacità di creare un contesto tangibile e vivo sul palcoscenico: per La cameriera brillante Scandella progetta una scenografia con fondale fisso, su cui quattro mimi installano e rimuovono elementi decorativi che rendono la scena dinamica e il ritmo festoso.
Scandella lavora anche con Giorgio Strehler, per cui firma, tra le altre, le scene per L’amante militare di Goldoni al Piccolo Teatro di Milano nel 1951. Scandella è sottile interprete delle ambientazioni goldoniane, per le quali possiede un segno lieve e festoso, un colore chiaro e trasparente, un linguaggio pittorico magico, una scansione prospettica dichiaratamente naïve che contribuiscono a creare un’atmosfera incantata di sottile candore, che ben traduce l’ironia divertita di Goldoni.
Nel 1961 la giornalista Mirella Appiotti definisce Mischa Scandella “uno dei cinque o sei scenografi più importanti in Italia, il suo ‘realismo magico’ (così un critico ha definito il suo stile) piace soprattutto ai registi più giovani e all’avanguardia che se lo contendono”. In un’intervista rilasciata a alla stessa Appiotti, Scandella dichiara che “la scenografia non è solo rappresentazione pittorica, ma anche scultura, architettura, movimento. Io lavoro su tre dimensioni e non su una sola. Mi servo di oggetti veri che hanno anche un valore di simboli. Non so se rendo l’idea, sono cose difficili da spiegare: io preferisco farle che parlarne. […] Sono un isolato, non appartengo a nessuna delle ‘massonerie’ del teatro. Cosicché, se voglio dar da mangiare alla famiglia, mi tocca lavorare sodo. Non sono un tipo ‘alla moda’”.

 

Bibliografia

Bibliografia su Mischa Scandella

 

Archivio Mischa Scandella
L’archivio Mischa Scandella è conservato presso l’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Giorgio Cini ed è consultabile nella versione digitale al seguente link: https://archivi.cini.it/teatromelodramma/archive/IT-CST-GUI001-000056/mischa-scandella.html.