La poesia del restauro
Quando Vittorio Cini, nel 1951, scrive lo statuto della Fondazione Giorgio Cini vuole realizzare un grande piano di rigenerazione dell’Isola di San Giorgio Maggiore e, al contempo, fiducioso nella lunga vita della Fondazione, sembra orientare il suo impegno verso nuove coordinate: un ritrovato equilibrio che riporti al centro dell’attenzione la costante cura dei luoghi, il rispetto della loro storia e della vitalità di allora e di oggi. Non si tratta solo di interventi di manutenzione e restauro ma dello studio continuato al contesto e attento i valori che le fabbriche e le opere d’arte testimoniano, alla loro reinterpretazione, alla scoperta di nuove chiavi di lettura per adattarle alle esigenze umane che mutano nel tempo.
Non è semplice, come si potrebbe credere. Occorre lo spirito del ricercatore e dello studioso. Ogni segno del tempo e gli stessi fenomeni di degrado che investono i manufatti, sono il paradigma di un sistema indiziario di dati costruttivi, funzioni e modalità d’uso impresse dagli uomini e dalle donne nei secoli passati e nei tempi recenti e, al contempo, cariche di potenzialità di progetti futuri. Anche così può essere letto il grandioso progetto per San Giorgio immaginato da Vittorio Cini. Se lo spirito umanistico nasceva dalla creazione degli Istituti di Storia dell’Arte, Storia di Venezia, Lettere, Teatro e Musica, doveva anche essere restituita la vitalità dei luoghi: un duplice modo di guardare e trasmettere al futuro, attraverso lo studio, la formazione e tramite la conservazione. Non a caso, a un anno dalla morte di Cini, viene posta una lapide proprio nel chiostro palladiano: SI MONUMENTUM REQUIRIS CIRCUMSPICE (se cercate un monumento, guardatevi intorno).
Ecco, nell’Isola di San Giorgio Maggiore tutto concorre alla vita e alla memoria, senza limiti temporali, così che il futuro non è un’entità completamente sconosciuta e sfuggente ma diviene possibilità di individuare traiettorie, scrutarne l’apparire all’orizzonte, seguirne le tracce che sono radicate nell’esperienza. Le superfici edificate negli ultimi cinque secoli e quelle configurate negli spazi aperti, insieme alla costruzione di porzioni di paesaggio tanto fortemente caratterizzate dall’impronta del Novecento, costituiscono un unicum di armoniche relazioni. Alla grande architettura di Andrea Palladio e Baldassare Longhena si affiancano le architetture contemporanee di Norman Foster, Eduardo Souto de Mura, Terunobu Fujimori e Michele De Lucchi, solo per citare alcuni autori degli interventi compiuti nell’Isola. È il senso concreto del mettere in dialogo culture, tempi, contraddizioni e superamenti accogliendo le contaminazioni e le diversità come ricchezza. Per questo la bellezza degli spazi e le ambientazioni dell’Isola di San Giorgio Maggiore ci incantano, sempre.
Renata Codello